A
soli tre mesi di distanza dalla catastrofe, nel febbraio
del 1981, fu quindi Joseph Beuys con Terremoto
in Palazzo - una mostra e una serie di performance
ormai storiche - a tracciare l’impianto “teorico”
di quella che da rassegna presto si sarebbe trasformata in collezione
permanente e sarebbe diventata il cuore della futura Fondazione
Lucio Amelio.
L’altra risposta di forte impatto formale ed emozionale fu
quella data da Warhol, nel dicembre del 1982: tre
grandi tele, con la riproduzione serigrafica della prima pagina
del Mattino del 26 novembre 1980, amplificarono all’infinito
il titolo-urlo del giornale (Fate presto).
Warhol, nel mettere a punto questo trittico, non ebbe alcun dubbio
nel “ritornare” ai moduli espressivi e fortemente drammatici
che avevano caratterizzato la serie dei disaster degli anni Sessanta.
Nell’artista americano, la fascinazione per la catastrofe
raggiunse l’apice alcuni anni dopo, in occasione di una grande
mostra presso la Reggia di Capodimonte, per la quale realizzò
la serie Vesuvius by Warhol (1985): una
serie di tele e di lavori grafici nelle quali l’immagine ottocentesca
del vulcano in eruzione viene riproposta ossessivamente.
Sono dunque Beuys e Warhol a tracciare gli estremi del discorso
creativo che diede identità inequivocabile al progetto per
la collezione Terrae Motus, divenuta con
il passare del tempo una magnifica ossessione per Lucio Amelio.
Fu un’avventura che vide l’adesione di Mimmo Paladino,
Ernesto Tatafiore, Cy Twombly per primi, cui si aggiunsero poco
dopo Barcelò, Alighiero Boetti, Boltanski, Cragg, Cucchi,
Di Bello, Haring, Fabro, Gilardi, Gilbert & George, Haring,
Kiefer, Kounellis, Mapplethorpe, Merz, Ontani, Paolini, Pistoletto,
Rauschenberg, Richter, Schifano, Schnabel, Vedova e moltissimi altri.
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